Nel numero in edicola il 17 marzo scorso nell’inserto Cook del Corriere della Sera, Michele Fino, Professore di Fondamenti del diritto europeo presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, autore di numerosissime pubblicazioni scientifiche e da ultimo del volume ‘Non me la bevo’ ha offerto un importante spunto di riflessione su quel che è, al momento, il sistema delle denominazioni e la loro espansione commerciale, sempre divisa tra la strenua difesa delle identità territoriali e la sempre più impellente necessità di uno sviluppo sostenibile.
In queste pagine, riproponendo la riflessione di Michele Fino, strettamente connessa al territorio della Franciacorta e dell’Oltrepò Pavese, vogliamo aprire una riflessione su quanto questi concetti siano trasferibili al mondo del vino campano e più nello specifico sannita, ma anche delle altre province della nostra regione, che strenuamente hanno difeso le proprie piccole identità territoriali a scapito da una denominazione regionale che potesse avere maggiore appeal sui mercati nazionali o internazionali.
«Grande Franciacorta». Un progetto di crescita a tutela del paesaggio
Così titolava Cook e poi sottotitolava:
Per aggredire nuovi mercati, alla celebre Docg lombarda servirebbe produrre un milione di bottiglie in più coltivando 114 ettari aggiuntivi. Un’espansione che rischierebbe di compromettere l’equilibrio del territorio Ecco allora l’idea di due studiosi: allargare i confini dell’area all’Oltrepò pavese, che ha invece enorme potenziale.
Michele Fino così argomentava la sua tesi:
Quando abbiamo iniziato a lavorare su Franciacorta e Oltrepò Pavese, Carmine Garzia ed io, la domanda che ci guidava era semplice: la sostenibilità di una denominazione può dipendere anche dai suoi confini? La risposta che ci sentiamo di dare, oggi, è sì. E i numeri lo dimostrano. Non neghiamo l’importanza di approcci a ridotto input energetico o di altra natura, come l’agricoltura biologica o la riduzione di agrofarmaci realizzata attraverso uno degli schemi di qualità sostenibile. Tuttavia, abbiamo messo a fuoco che se un’area viticola ha successo sul mercato o ha bisogno di crescere per avere il prodotto necessario ad aggredire nuovi mercati, rimanere sostenibile significa incidere sulle regole che definiscono i perimetri: è quindi questione anche di scelte politiche. Le DOP (il modello europeo a cui appartengono le DOC e le DOCG italiane) non sono soltanto marchi di qualità: sono strumenti di governo del territorio. E quando una denominazione ha successo, oppure ha bisogno di aumentare le quantità per cercarlo su altri mercati, il problema non è solo crescere, ma farlo senza compromettere l’equilibrio ambientale e sociale. Franciacorta: eccellenza al limite La Franciacorta produce oltre 19 milioni di bottiglie di metodo classico all’anno. I vigneti occupano 3.390 ettari, pari al 12,7% dei 266 km² della denominazione. La densità abitativa è di 652 abitanti per km², molto superiore alla media lombarda (420) e italiana (200). È un territorio già fortemente antropizzato, ricco di attività di ogni genere. Le rese sono fissate a 10 tonnellate per ettaro, con rapporto uva/vino del 65%. Ogni nuovo ettaro può generare al massimo 8.700 bottiglie. Ma prima che quelle bottiglie arrivino sul mercato servono non meno di sei anni: quattro per portare il vigneto a regime, almeno 18 mesi di rifermentazione in bottiglia, più i tempi tecnici di vinificazione. Oggi il 90% del vino di Franciacorta, una denominazione di meritato successo, anche per la sua perfetta identificazione tra un territorio e una tipologia unica di vino (metodo classico, a base principalmente di pinot nero e chardonnay) viene venduto in Italia, con ottimi prezzi a scaffale. Per aggredire nuovi mercati in maniera consistente servono bottiglie che è difficile fare. Per aumentare la produzione di un milione di bottiglie occorrono circa 114 ettari aggiuntivi. In un’area già densamente coltivata, questa espansione rischia di generare tensioni ambientali e sociali: è il superamento del limite che trasforma la bellezza del paesaggio, per chi lo visita, nell’assedio della viticoltura, per chi lo vive. Qui emerge il paradosso: Franciacorta è una denominazione forte, ma territorialmente compressa.
Oltrepò Pavese: il potenziale inespresso
A pochi chilometri di distanza dalla Franciacorta la situazione è opposta. L’Oltrepò Pavese conta oltre 11.000 ettari vitati, di cui quasi 3.000 a Pinot Nero, il 75 per cento del totale nazionale. L’area dedicata al Metodo Classico Docg copre circa 800 ettari. Nel 2025 la produzione di Oltrepò Pavese Metodo Classico Pinot Nero ha raggiunto 5,7 milioni di bottiglie stoccate in fase di maturazione. Tuttavia quasi un terzo è stato declassato o venduto senza indicazione geografica. Nei primi otto mesi del 2025 oltre 2,7 milioni di bottiglie sono state oggetto di riclassificazione. Ma qui il problema non è la mancanza di spazio o di uva, ma la debolezza identitaria e la frammentazione: sotto il nome Oltrepò Pavese si vendono 36 tipologie diverse di vini. Il potenziale produttivo è alto e la qualità espressa ottima, ma la forza del brand molto meno.
La lezione del Prosecco
Esiste in Italia una lezione che ci ha suggerito una proposta: quella del Prosecco. Nel 2010 si producevano circa 140 milioni di bottiglie; nel 2021 si è arrivati a 627 milioni. Tra il 2012 e il 2024 la sola Prosecco Doc è passata da 1,4 a quasi 5 milioni di ettolitri. Una crescita possibile perché, nel 2009, è nata la DOC Prosecco: un vino che prima si faceva in una provincia veneta è diventato il motore dello sviluppo viticolo di nove province su due regioni, distribuendo la pressione produttiva e ambientale. Non tutto è stato privo di tensioni, ma l’espansione ha evitato di concentrare l’impatto ecologico e sociale su un’area troppo piccola. La scala geografica è stata decisiva.
I territori spumantistici regionali potrebbero riunirsi in una denominazione ben posizionata Obiettivo? Non diluire la qualità, ma distribuire la crescita
La proposta
Da qui nasce la proposta che Garzia ed io abbiamo pubblicato su Standards, rivista scientifica che si occupa di certificazioni, policy regolatorie e modelli produttivi: la trovate on line in «open access», leggibile e scaricabile gratis. Se i territori spumantistici vocati della Lombardia (dall’Oltrepò Pavese alle valli alpine) venissero riuniti (su base volontaria, ovvero offrendo loro questa possibilità) in una denominazione regionale, che potrebbe chiamarsi Grande Franciacorta, sarebbe possibile creare potenziale produttivo e collocarlo sotto una denominazione riconoscibile, identitaria e ben posizionata. L’attuale Franciacorta dovrebbe diventare Franciacorta Superiore, vertice qualitativo della piramide, che adottando anche ulteriori strumenti (sul modello della Gran Selezione, per le produzioni di maggiore prestigio) potrebbe essere collocata sul mercato con prezzi più alti. L’obiettivo non è diluire la qualità, ma distribuire la crescita. Unire la forza reputazionale dei 19 milioni di bottiglie franciacortine attuali con la massa critica potenziale oltrepadana significa alleggerire la pressione su un territorio saturo, aumentando però il prezzo e la percezione delle sue bottiglie, e al contempo valorizzare uno spazio sottoutilizzato. Non si tratta solo di marketing. La nostra proposta suggerisce di integrare nei disciplinari criteri espliciti su densità vitata, tutela della biodiversità, gestione del suolo, limiti all’espansione. A nostro giudizio, l’uso della DOP diventerebbe un efficace strumento di pianificazione ecologica. La domanda che ci siamo posti è concreta: è più sostenibile comprimere la crescita in un’area già densamente vitata, o distribuirla su un territorio più ampio e meno saturo? Per noi la risposta è chiara. La sostenibilità, oggi, passa anche dalla capacità di riscrivere i confini. E a chi legittimamente osserva che Franciacorta e Oltrepò non sono contigui territorialmente, rispondiamo che non lo sono nemmeno Côte des Bar e Côte des Blancs, in Champagne. Per di più, tra Troyes e Reims ci sono oltre 130 km, mentre tra Erbusco e Broni, solo 80.

