Mastroberardino non è certamente una di quelle cantine in rampa di lancio che cerchiamo per scoprire e proporre nuove realtà. È oggi, con oltre 250 ettari vitati e circa un milione e ottocentomila bottiglie prodotte ogni anno, una delle più grandi aziende vitivinicole familiari della Campania ed è, senza dubbio, tra le realtà di maggior prestigio, quella con la storia più longeva: quasi 150 anni di attività alle spalle che ne fanno un’azienda solida e di respiro internazionale. È quindi difficile trovare, all’interno della sua ampia proposta, novità assolute. Più facile, invece, incontrare solide certezze enologiche, frutto di una storia produttiva ormai consolidata.
Eppure, nella ricca e tradizionale offerta aziendale, c’è un prodotto di autentica nicchia: il Neroametà, un Campania IGT che vale la pena cercare e, soprattutto, degustare. Può incontrare o meno il gusto del wine lover, ma di certo è una bottiglia che merita di essere assaggiata e capita. Perché, va detto subito, non è un vino immediato: richiede attenzione, curiosità e qualche minuto nel bicchiere prima di rivelarsi pienamente.
Il bianco d’Aglianico
Innanzitutto è un bianco, ma con una particolarità tutt’altro che comune: nasce da uve Aglianico vinificate in bianco. L’Aglianico è uno dei grandi protagonisti della viticoltura campana e il suo nome richiama inevitabilmente vini rossi strutturati, intensi e longevi. Il Neroametà di Mastroberardino ne propone invece una lettura completamente diversa, affidandosi alla vinificazione in bianco. L’idea affonda le radici negli anni Ottanta, quando Antonio Mastroberardino, padre dell’attuale titolare Piero, avviò una sperimentazione sulla vinificazione in bianco delle uve Aglianico, arrivando a produrre un vino denominato “Plinius”. Un progetto che richiamava, per certi aspetti, la tradizione francese dei blanc de noirs e che avrebbe trovato la sua definitiva maturazione molti anni dopo, con la nascita del Neroametà nel 2013. Da allora questa etichetta ha continuato il proprio percorso, mantenendo una precisa peculiarità all’interno della produzione aziendale.
Dalla vigna alla cantina
Le uve provengono dai vigneti di Mirabella Eclano, in provincia di Avellino, a circa 400 metri di altitudine, e vengono raccolte intorno alla metà di ottobre. La vinificazione avviene senza contatto con le bucce, utilizzando le uve intere. Il vino matura in acciaio a temperatura controllata e rimane sui lieviti per almeno dieci mesi. A questo periodo segue un ulteriore affinamento di sei mesi in bottiglia. La gradazione alcolica è di 12,5% vol., mentre la produzione si aggira sulle 10.000 bottiglie.
Il profilo
La bottiglia degustata era dell’annata 2020 e il tempo trascorso ha aggiunto un ulteriore livello di complessità al vino. Per questo motivo, prima dell’assaggio, è stato necessario concedergli qualche minuto nel bicchiere, lasciandolo ossigenare come si farebbe, per certi versi, con un Aglianico rosso. Nonostante i sei anni trascorsi dalla vendemmia, il Neroametà si presenta con un colore giallo paglierino ancora vivo e luminoso. Al naso la componente fruttata è quella che emerge per prima, con pera, pesca gialla e albicocca in evidenza, seguite da richiami di mela e melone bianco. Con l’ossigenazione il quadro aromatico si amplia, lasciando spazio a delicate note floreali e a sensazioni vegetali, soprattutto di salvia e menta. Sul finale arriva una sfumatura speziata che completa il profilo. È un bouquet che cambia progressivamente nel bicchiere e che, proprio per questo, merita di essere seguito senza fretta. Al palato l’ingresso è agile, sostenuto da una buona acidità e da una trama morbida e succosa. La componente sapida accompagna la progressione e dà equilibrio, evitando che la morbidezza renda la beva pesante. È qui che il Neroametà trova probabilmente la sua dimensione più interessante: non cerca la potenza, ma punta sull’equilibrio tra freschezza, sapidità e struttura, risultando piacevole e al tempo stesso non banale.
Un Aglianico fuori dagli schemi
Il Neroametà dimostra quanto sia ampia la gamma espressiva di un vitigno normalmente associato a tutt’altro stile. La vinificazione in bianco ne modifica profondamente il profilo, portando in primo piano la componente aromatica, l’acidità e la sapidità. La storia del progetto, iniziato negli anni Ottanta e arrivato alla sua forma attuale nel 2013, è forse l’aspetto che più incuriosisce: non siamo davanti a una semplice provocazione enologica, ma al risultato di una sperimentazione portata avanti per decenni. Anche a tavola trova diverse possibilità di abbinamento, dai risotti ai primi piatti di pasta, passando per i formaggi a pasta filata e i salumi. Nel corso della degustazione, però, ha trovato un compagno particolarmente convincente in un piatto di grande intensità: una linguina con l’astice, dove la freschezza e la componente sapida del Neroametà hanno saputo reggere bene la ricchezza del crostaceo senza sovrastarlo. È una bottiglia che merita di essere cercata soprattutto da chi ama uscire dai percorsi più prevedibili. Perché dietro un bianco apparentemente lontano dall’immagine consueta dell’Aglianico c’è una storia lunga quasi mezzo secolo di ricerca e, soprattutto, la conferma che anche un vitigno dalla forte personalità può trovare una voce completamente diversa.

