Si può pensare di restare?
Si può costruire quando tutti sembrano voler cercare fortuna altrove?
Si può tornare alla terra e rispettarla come una madre che quotidianamente nutre?
Sì.
Questa è la risposta che si è dato Giacomo durante il burrascoso volo di ritorno alla sua Castelvenere dalla esperienza di lavoro trascorsa all’estero.
“Voglio occuparmi del terreno lasciato da nonno Salvatore. Gli alberi che ha piantato danno ancora frutti, recupererò le uve antiche e ci farò il vino. Come faceva lui, utilizzerò la vinificazione per caduta e rimetterò in sesto il suo vecchio torchio”.
Nel giorno del suo matrimonio nonna Angela, lungo il tragitto che dalla chiesa l’avrebbe condotta alla nuova abitazione, si fermò sul ciglio della strada dove oggi crescono le sue rose: lì sarebbe nata la cantina, dal costone in tufo grigio che, ricoperto di vegetazione, aveva fatto tentennare la giovane donna che lasciava le strade praticabili delle vicina Telese per questa occupata dai rovi.

Nel 2015 vengono avviati i lavori di quella che diventerà la Cantina Simone Giacomo: si scava nella roccia per ricavarne l’attuale struttura che ospita i luoghi di trasformazione delle uve. Sulla scia della tradizione si riporta in vita la cantina ipogea, elemento caratterizzante il piccolo borgo nei trascorsi storici, rielaborato in chiave moderna grazie alle competenze dell’architetto Raffaele Moccia, amico di famiglia e sublime conoscitore della storia del proprio paese d’origine.
Giacomo, classe ’88, inizia a fare i primi esperimenti di vinificazione, studia tecniche agronomiche e metodi di potatura e allevamento, affina la sua capacità di ascolto delle viti. In campo adotta i principi dell’agricoltura biologica, segue la pianta nel ciclo vitale assecondandone le esigenze. Il suo è uno sguardo attento al mantenimento dell’equilibrio dell’ecosistema vigneto e alla sostenibilità ambientale.
Tra le uve coltivate, oltre alle più conosciute falanghina e aglianico figurano le due autoctone di Castelvenere: agostinella- a bacca bianca – e camaiola – ex barbera del Sannio. Ancora: sangiovese, cerrito, grieco.
Le etichette si ispirano ai nomi dei familiari, supporti fondamentali nella conduzione dell’azienda agricola: la falanghina Silvana porta il nome della mamma di Giacomo; Nonno Tore, blend di sangiovese e aglianico, è un omaggio a nonno Salvatore. Accanto a queste ci sono le altre etichette: Calamaio, il rosso da uve camaiola; Barberosa, il rosato di camaiola; Creta è il blend di uve minori a bacca bianca. Non mancano altre chicche nate dai continui esperimenti che Giacomo si diverte a fare nel corso degli anni per non annoiarsi mai. Tutti i vini maturano in contenitori d’acciaio.
Il re del Ferragosto e non solo
Il dominatore dell’estate è certamente il Barberosa, il rosato prodotto dalla vinificazione in bianco delle uve camaiola. Il colore intenso potrebbe far pensare ad un vino rosso ma non lo è. La capacità tintoria dell’uva si trasferisce in tutta la sua potenza al vino che conserva una beva agile e dinamica anche a qualche anno dall’imbottigliamento. Fresco, sapido, profumato di fragoline di bosco, è perfetto come aperitivo o a tutto pasto sulle tavole che si arricchiscono dei colori della bella stagione: fiori di zucca in pastella, acquasale, verdure, carne e pesce grigliati. Un buon modo per condividere momenti di spensieratezza tra ritorni alle case dell’infanzia e racconti di amicizie ritrovate.

Via Curtole,
82037 Castelvenere BN
+39.320 77 61637
info@simonegiacomo.it

