Torre del Pagus, l’Aglianico del Taburno secondo la tradizione della famiglia Rapuano e nel ricordo di Luigi

Negli ultimi anni il comprensorio del Taburno ha consolidato un ruolo sempre più riconoscibile nel panorama vitivinicolo campano. La presenza di aziende che lavorano in modo diretto sui vitigni autoctoni ha contribuito a delineare un’identità precisa, meno legata alla quantità e più alla definizione stilistica. Torre del Pagus si inserisce in questo percorso con una produzione che mantiene un legame stretto con la tradizione agricola locale. La famiglia Rapuano rappresenta una continuità più che una rottura, e il lavoro svolto negli ultimi vent’anni ha contribuito a trasformare un’esperienza contadina in una realtà enologica strutturata.

Una storia agricola prima ancora che enologica

Prima ancora di dar vita a una cantina strutturata, la loro esperienza si è formata sul campo, attraverso la coltivazione della vite e dell’olivo e la gestione quotidiana della terra. Una competenza costruita nel tempo, senza accelerazioni, che alla fine degli anni Novanta ha trovato una direzione precisa: trasformare il lavoro agricolo in un progetto produttivo capace di valorizzare il territorio. Torre del Pagus nasce ufficialmente nel 2001, dopo una lunga fase di sperimentazione e riorganizzazione dei terreni di proprietà. L’idea non è quella di creare una realtà industriale, ma di dare continuità a una cultura contadina che nella zona del Taburno ha sempre avuto un ruolo centrale. La scelta del biologico si inserisce in questa logica più ampia. Non come elemento distintivo da comunicare, ma come conseguenza di un approccio che privilegia la cura del suolo e la conservazione dell’equilibrio agronomico.

Vigne di collina e lavoro di precisione

I vigneti aziendali si sviluppano su pendii collinari caratterizzati da una forte esposizione e da suoli calcareo-argillosi, elementi che contribuiscono a definire la struttura delle uve. L’altitudine, attorno ai 370 metri, e le escursioni termiche tra giorno e notte favoriscono una maturazione lenta, con una buona conservazione della componente aromatica. A dominare è l’Aglianico che riflette la tradizione dei grande rosso del Sannio. La gestione dei vigneti segue criteri di selezione rigorosi, con l’obiettivo di ottenere uve sane, mature e capaci di sostenere vinificazioni di medio e lungo periodo. In cantina il lavoro prosegue con un’impostazione tecnica che alterna acciaio, legno e tempi di affinamento calibrati. Le fermentazioni avvengono in acciaio inox, mentre l’evoluzione dei vini può avvenire in barrique di rovere francese o in botti di rovere di Slavonia, a seconda dell’obiettivo stilistico.

Fotocredits: Mostovino Enoteca – via Roma 87, Telese Terme – Instagram:https://www.instagram.com/mostovino_enoteca/

Impeto, la lettura dell’Aglianico secondo Torre del Pagus

Tra le etichette della cantina, Impeto rappresenta la sintesi più evidente della visione aziendale sull’Aglianico del Beneventano. Il vino nasce innanzitutto dalla visione di Luigi Rapuano, fratello di Giusy e la cui presenza è ancora oggi palpabile nonostante sia scomparso prematuramente a 28 anni nel 2007. Il suo non è semplice ricordo ma una eredità di pensiero che si trasmette e tramanda nel vino che prende forma da uve provenienti da vigneti situati in una zona collinare esposta a sud-est, su terreni calcareo-argillosi che contribuiscono a dare struttura e definizione aromatica. La vendemmia viene effettuata su uve portate a una lieve surmaturazione, scelta che permette di amplificare la componente fruttata senza perdere tensione acida. La vinificazione segue un percorso articolato: fermentazione senza diraspatura e lunga macerazione sulle bucce per circa trenta giorni, con temperature che scendono progressivamente da valori più elevati fino a soglie più contenute. Una parte del mosto viene separata in fase iniziale, scelta che incide sull’equilibrio finale del vino e sulla gestione dell’estrazione. Il passaggio successivo in barrique dura circa sedici mesi, durante i quali avviene anche la fermentazione malolattica. Il vino prosegue poi un affinamento in acciaio prima dell’imbottigliamento, che avviene senza filtrazione, per preservarne integrità e materia.

Il profilo sensoriale

Nel bicchiere Impeto si presenta con un rosso rubino fitto, attraversato da riflessi luminosi. L’olfatto si apre su una matrice fruttata di ciliegia e piccoli frutti rossi maturi, a cui si affiancano progressivamente note più scure e speziate. Pepe nero, chiodi di garofano e liquirizia costruiscono un quadro olfattivo stratificato, che tende ad ampliarsi con l’ossigenazione. In bocca la struttura è evidente ma non rigida. La trama tannica è fitta, ma ben integrata nella massa del vino, mentre la componente alcolica trova equilibrio in una buona freschezza di fondo. Il sorso si sviluppa in modo continuo, con una progressione che privilegia la persistenza più che l’impatto immediato. È un Aglianico che trova la sua dimensione ideale dopo un adeguato tempo di apertura e in abbinamento a piatti di sostanza: carni rosse, cacciagione, preparazioni a lunga cottura e formaggi stagionati. Servito in un calice ampio e a una temperatura compresa tra 18 e 20 gradi, esprime progressivamente la propria complessità, mostrando come il lavoro in vigneto e in cantina sia stato impostato per favorire la longevità più che la prontezza.

Mainardi

Accanto a Impeto, la cantina firma anche Maiardi, Aglianico del Taburno DOP che prende il nome dall’omonima contrada alle pendici del Monte Taburno, considerata una delle aree più vocate della provincia di Benevento per la coltivazione dell’Aglianico. Le uve, lasciate maturare sulla pianta fino a novembre, provengono da vigneti posti a circa 270 metri di altitudine, su terreni di origine tufaceo-argillosa esposti a sud e sud-est, condizioni che favoriscono una maturazione lenta e completa del frutto. In cantina la lavorazione segue un’impostazione volutamente tradizionale: la lunga macerazione sulle bucce, condotta in vasche di cemento vetrificato per oltre un mese, permette di estrarre colore, struttura e complessità aromatica, mentre i successivi travasi preparano il vino a un affinamento di circa ventiquattro mesi in barrique rigenerate di quarto passaggio. Una scelta che accompagna l’evoluzione dell’Aglianico senza coprirne la personalità con un’impronta eccessiva del legno.

Nel calice Maiardi si distingue per un rosso intenso attraversato da eleganti sfumature granata, anticipando un profilo olfattivo di grande ampiezza. I profumi di frutta matura si intrecciano con richiami di spezie dolci e accenti di erbe aromatiche, componendo un bouquet che acquista profondità con il trascorrere dei minuti. L’assaggio conferma la vocazione del vino alla lunga evoluzione: il sorso è pieno, armonioso e ben strutturato, sostenuto da una persistenza che si arricchisce progressivamente grazie all’ossigenazione nel bicchiere. È un Aglianico che non si concede immediatamente, ma invita ad attendere, rivelando poco alla volta le numerose sfumature costruite attraverso il tempo trascorso tra vigneto, cantina e affinamento.

Torre del Pogus
Via Cirasiello 82030 Paupisi (BN)
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