Il mercato del gin continua a crescere e, con lui, aumentano le etichette che cercano di distinguersi attraverso botaniche insolite o packaging d’effetto. Non sempre, però, dietro una bottiglia c’è una storia che abbia davvero un legame con il territorio. Gaiogin parte invece proprio da qui: dal Sannio e dalla volontà di trasformarne profumi e identità in un distillato.
Anche il nome non è casuale. Il riferimento è a Gaio Ponzio, il condottiero sannita passato alla storia per l’episodio delle Forche Caudine. Un richiamo che va oltre l’aspetto storico e diventa il filo conduttore di un progetto di giovani, bravi e appassionati imprenditori che cercano di valorizzare un territorio spesso conosciuto soprattutto per il vino e l’olio, ma che ha molto altro da raccontare anche sotto altri profili e con ulteriori produzioni che possono essere consiuderate tipicamente territoriali.

Le botaniche
La prima impressione arriva ancora prima dell’assaggio. Basta avvicinare il bicchiere per ritrovare aromi che ricordano la macchia mediterranea: il ginepro resta il protagonista, ma intorno si muovono il rosmarino, il timo, l’origano e le note balsamiche dell’eucalipto. Sono profumi familiari, che richiamano una passeggiata tra le colline sannite nelle giornate estive più che un laboratorio di distillazione.
La ricetta comprende anche coriandolo, angelica, zenzero, menta piperita, rosa canina, foglie di olivo e una leggera presenza di uva passa, ingredienti che contribuiscono a dare complessità senza stravolgere il carattere del gin. Il risultato è un equilibrio in cui nessuna botanica cerca di imporsi sulle altre.
Anche in degustazione Gaiogin segue questa filosofia. È un gin secco, con un ingresso morbido e una progressione che lascia emergere lentamente le componenti aromatiche. Lo zenzero regala una lieve vivacità speziata, mentre le foglie di olivo accompagnano il finale con una sfumatura amaricante che rende il sorso pulito e persistente. È uno di quei distillati che non hanno bisogno di rincorrere effetti sorprendenti: preferiscono costruire un’identità riconoscibile, sorso dopo sorso.
Dietro questa apparente semplicità c’è un lavoro produttivo piuttosto accurato. Le botaniche vengono trattate separatamente, utilizzando tecniche diverse in funzione delle loro caratteristiche, così da preservarne il patrimonio aromatico. Una scelta che consente di mantenere ogni ingrediente ben definito senza appesantire il profilo complessivo del distillato.
L’assaggio
Naturalmente si presta ai cocktail più classici. In un Gin Tonic, ad esempio, non serve molto altro oltre a una tonica dal gusto asciutto: un rametto di rosmarino o una scorza di limone sono sufficienti per accompagnarne i profumi senza coprirli. Ma è un gin che merita anche un assaggio liscio, soprattutto per capire come cambino gli aromi con il passare dei minuti nel bicchiere.
Più che inseguire la moda del momento, Gaiogin sembra voler costruire un’identità legata al luogo da cui nasce. E probabilmente è proprio questo l’aspetto più interessante: raccontare il Sannio attraverso un distillato che evita gli eccessi e lascia parlare le sue botaniche. In un panorama sempre più affollato di etichette, non è un dettaglio da poco.

